Caffè

Testo: Alberto Trentin
Cover: Alessandra Cardi
Communitas. Forma e voce della comunicazione.
L’uomo è un essere politico e sociale ed è in base alla volontà e alla pratica della condivisione – che vuol dire incontro, ma anche scontro; accordo, ma anche disaccordo; armonia, ma anche contrasto – che nei secoli il genere umano ha potuto evolvere. In questa rubrica andremo a zonzo nel corso del tempo seguendo alcuni termini fondamentali della civile conversazione.

Rubrica mensile dedicata alla coversazione, a cura di Alberto Trentin.

 

 

La grande sineddoche.  Approfondimenti sui Caffè letterari   

Inizia così la commedia La bottega del caffè, scritta da Carlo Goldoni nel 1750 e rappresentata nello stesso anno a Mantova e poi a Venezia.

RIDOLFO Animo, figliuoli, portatevi bene; siate lesti e pronti a servire gli avventori, con civiltà, con proprietà: perché tante volte dipende il credito di una bottega dalla buona maniera di quei che servono.

TRAPPOLA Caro signor padrone, per dirvi la verità, questo levarsi di buon ora, non è niente fatto per la mia complessione.

RIDOLFO Animo, figliuoli, portatevi bene; siate lesti e pronti a servire gli avventori, con civiltà, con proprietà: perché tante volte dipende il credito di una bottega dalla buona maniera di quei che servono.

RIDOLFO Eppure bisogna levarsi presto. Bisogna servir tutti. A buon’ora vengono quelli che hanno da far viaggio, i lavoranti, i barcaruoli, i marinai, tutta gente che si alza di buon mattino.

TRAPPOLA È veramente una cosa che fa crepar di ridere vedere anche i facchini venire a bevere il loro caffè. RIDOLFO Tutti cercan di fare quello che fanno gli altri. Una volta correva l’acquavite, adesso è in voga il caffè.

È una commedia in tre atti che inizia e si conclude nella stessa giornata e vede i vari personaggi agire nei luoghi che affacciano su una piazzetta di Venezia. C’è la bottega di caffè di Ridolfo, che ospita clienti abituali così come altri di passaggio e che, data la posizione centrale, offre la visuale su tutti gli altri edifici. Ridolfo rappresenta l’imprenditore borghese in ascesa che, come anche si evince dalle poche battute sopra, deve sacrificare il proprio tempo per andare incontro alle esigenze del mercato, farsi trovare pronto e ben disposto, così da trasformare la fatica in successo.

Accanto a questo, nella commedia viene in luce la trasformazione alla quale avevamo accennato nell’articolo dedicato al salotto. Trasformazione che vede il caffè diventare un luogo pubblico di incontro, di discussione, di mostra di sé, pur anche con le derive che questo può comportare in termini di pettegolezzi e maldicenze, aspetto che Goldoni era maestro nel ritrarre. Il personaggio di Ridolfo è l’unico positivo all’interno della variegata schiera di caratteri negativi e si mostra alla fine come deus ex machina capace di mettere ogni cosa al suo posto.

Caffè letterari e movimenti artistici

Caffè letterari

Il primo caffè letterario nacque a Parigi: si chiamava Café Le Procope e ospitò, fin dall’inizio, intellettuali e scrittori del calibro di Voltaire, Rousseau e Diderot e poi Balzac, La Fontaine, Hugo. La specialità era il sorbetto, portato in Francia dal fondatore del caffè, il siciliano Francesco Procopio dei Coltelli. Il successo fu repentino e l’élite intellettuale di Parigi ne affollerà le sale, complice anche la presenza nelle immediate vicinanze della Comédie Française.

La diffusione di questi luoghi fu capillare e immediata, non solo in Francia ma altrettanto in Inghilterra e in Italia, come il Caffè Florian a Venezia e Caffè Gambrinus a Napoli. Ricordiamo anche in Spagna il Café Gijón, a Madrid, in Germania il Café des Westens a Berlino o Café Stefanie a Monaco di Baviera, e in altre città mitteleuropee come Praga ilCaffè Arco e Caffè Louvre. Tale diffusione si lega inscindibilmente ai movimenti dell’Illuminismo prima, del Risorgimento e della modernità poi.

Movimenti artistici

La pittura si dimostra sensibile al fascino di questi luoghi di ritrovo della modernità, ritraendoli con gusto e intenzione diversi. E se l’atmosfera è in genere accogliente, finanche giocosa nei quadri degli impressionisti, si veda, ad esempio, Il bar delle Folies-Bergère di Édouard Manet, 1881-1882, oppure malinconica ma naturalista nei ritratti di altri artisti della Belle Époque, come in Conversazione al caffè di Giovanni Boldini.

Ben diverso è il risultato che esce dalle mani di Van Gogh, che esaspera gli aspetti notturni più dolenti, ebbri e criminosi, col capolavoro Il caffè di notte che ritrae il Café de la Gare ad Arles. Nello stesso anno, il 1888, anche Paul Gaugin dipinge un quadro che ha per ambientazione lo stesso caffè, sebbene ne faccia un utilizzo più neutro, come fondale alla figura principale in primo piano, quella madame Ginoux che era proprietaria del caffè.

La relazione tra i movimenti artistici e i caffè letterari si spinge ben oltre; e se al Caffè Michelangelo di Firenze si incontravano pittori e intellettuali riunitisi sotto il nome di Macchiaioli -e alle cui riunioni partecipava il Giovanni Boldini citato poco fa-, il Café des Westens, a Berlino, fu tra il 1895 e il 1913 il centro degli incontri delle avanguardie artistiche tedesche, legate soprattutto al movimento espressionista e a quello dadaista.

Caffè letterari e letteratura

Umberto Saba

Più o meno negli stessi anni, il poeta triestino Umberto Saba scriveva questi versi in cui dipinge uno dei luoghi più cari della sua città natale. Altri sono dipinti all’interno di quella magnifica opera, autobiografica in senso eccelso, in continuo divenire che fu il suo Canzoniere:

Caffè Tergeste, ai tuoi tavoli bianchi

ripete l’ubbriaco il suo delirio;

ed io ci scrivo i miei più allegri canti.

Caffè di ladri, di baldracche covo,

io soffersi ai tuoi tavoli il martirio,

lo soffersi a formarmi un cuore nuovo.

Pensavo: Quando bene avrò goduto

la morte, il nulla che in lei mi predico,

che mi ripagherà d’esser vissuto?

Di vantarmi magnanimo non oso;

ma, se il nascere è un fallo, io al mio nemico

sarei, per maggior colpa, più pietoso.

Caffè di plebe, dove un dì celavo

la mia faccia, con gioia oggi ti guardo.

E tu concili l’italo e lo slavo,

a tarda notte, lungo il tuo biliardo.

Joseph Roth

Leggiamo una bella rappresentazione della società viennese dell’immediato primo dopoguerra in Il caffè dell’Undicesima Musa. È una raccolta di articoli scritti dal grande autore Joseph Roth principalmente per il giornale Der neue Tag.

Nel ritratto che Roth fa di Vienna, la grande capitale uscita dilaniata dal conflitto e simbolo del collasso di un intero Impero, un ruolo centrale lo hanno proprio i caffè cittadini, ai quali vengono dedicati i pezzi della prima parte. Tra rincari e modifiche logistiche, tra avventori di varia umanità e manovalanze piccate o sornione, Roth restituisce la resistente vivacità dei locali, il loro essere punto di ritrovo, di assembramento, di discussone e covo di nuove speranze.

Artisti disoccupati e quelli che invece una scrittura ce l’hanno frequentano abitualmente questo caffè. Qui si riposano dalle fatiche del mestiere. Qui possono abbandonarsi alle loro inclinazioni, alla loro indole. Qui non debbono rinnegare la propria natura. Il clown può sedersi su una seggiola senza prima cadere una decina di volte. All’ipnotizzatore di serpenti è concesso mostrare la propria naturale, innata paura dei cani e dei loro morsi. Il funambolo può scivolare sul pavimento e il ventriloquo usare la gola per parlare. Ho visto un giocoliere lasciar cadere una tazzina di caffè mandandola in frantumi per voluta imperizia. […] una volta tanto nella vita vorrebbe essere maldestro pure lui.1

Alda Merini

Sembra che nella lunga corsa dalle prime apparizioni nel tardo Seicento, il caffè abbia saputo mantenersi in forze pur mutando pelle all’occorrenza. E lo stesso Novecento, che nella sua brevità vede entrare in scena nuovi e potenti mezzi di comunicazione, continua ad avere nei caffè un punto fermo. Lo testimonia un racconto degli anni Sessanta della poetessa Alda Merini, di cui riportiamo l’incipit:

C’è un caffè, giù sulla Ripa, gestito da due sorelle dove io mi ritrovo tutti i giorni insieme ad altre compagne di sventura. Sì, perché la vita è una enorme assurda sventura. I nostri discorsi li conosciamo a memoria come conosciamo a memoria la vita l’una dell’altra. Abbiamo tutte un punto debole, un punto doloroso di cui parliamo sempre e questo caffè somiglia o un confessionale o a un luogo di psicoterapia piuttosto che a una birreria.

Caffè letterari e cinema

Non poteva, un luogo tanto iconico e potenzialmente ricco di opportunità narrative, non essere usato in modi disparati dall’ultima arte arrivata, il cinema. Negli stessi anni in cui Alda Merini vive il suo caffè come un luogo di confessione e autoterapia, Blake Edwards rende immortale Audrey Hepburn immobile e malinconica davanti alla vetrina di Tiffany con una brioches e un caffè da asporto.

Altri film come Pulp Fiction, Coffee and Cigarettes, Amélie, Heat, usano il caffè come luogo di accadimenti narrativi centrali, riconfermandone la natura vitale. In modi differenti ma sempre con interpretazioni magistrali, i personaggi si muovono guidati dal desiderio dialogico, dalla pulsione scopica, dalla volontà di mescolarsi e farsi anonimi, avventori tra gli altri, come se -in ultima analisi- il luogo dell’incontro e della discussione fosse assieme anche quello del ritiro. E dell’introspezione.


Credits immagini

  1. Il caffe di notte, Vincent Van Gogh, 1888, immagine dal web.
  2. Madame Ginoux nel café notturno a Arles, Paul Gauguin,1888, immagine dal web.
  3. Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, da rollingstone.it

Cover: quadro tecnica mista © Alessandra Cardi, senza titolo, 60×100, 2025

Alberto Trentin ha pubblicato varie raccolte di poesia, l’ultima è Gli attimi attigui (Digressioni, 2022). Scrive per Minima&moralia, Limina e Finnegans. Dirige la scuola di scrittura ri-creativa Alba Pratalia con Paolo Malaguti.

  1. Joseph Roth, Il caffè dell’Undicesima Musa. Un’antologia viennese, Trad. di Rosella Carpinella Guarnieri e Roberto Cazzola, Adelphi, Milano 2005, p. 65 ↩︎