Cose e colori sotto i nostri occhi

Testo: Jacopo Masini
Cover: La Tram aka Margherita Tramutoli
Whale - illustrazione di Margherita Tramutoli

Volevo dire una cosa a proposito dei colori e per farlo, per arrivare al cuore del discorso, devo prima fare un preambolo.

Voglio dire delle cose sul motivo per cui quella cosa sui colori mi è venuta in mente qualche anno fa.

Allora avevo pensato fosse importante e alla fine ho scoperto che è importante davvero, per questo vi accompagno nel mio viaggio mentale tra le cose e i colori.

Premessa

uno: strade

Dovrei partire da un gioco che facevo con mia nonna da piccolo, mentre andavamo al mare, quel gioco che abbiamo fatto in tanti: indovinare di che colore sarebbe stata la prossima macchina che ci avrebbe superati! Ma non parto da lì.

Parto invece più vicino, un anno o due prima del 2008, cioè prima che la crisi economico-finanziaria esplodesse e fosse esplicitamente dichiarata, e io mi aggiravo per le campagne dell’Emilia, o a zonzo per Torino. Mi accorgevo che le strade si rompevano sempre più spesso, si aprivano crepe come in un rotolo di pasta sfoglia secca, o come sulla crosta del pane. Poi incontravo buche e bordi ceduti di strade provinciali e mi veniva da pensare che i soldi erano finiti, se le strade erano ridotte così e nessuno le aggiustava. Quando lo dicevo e ne parlavo tutti minimizzavano, dicevano «ma vedrai che sarà un caso, adesso le mettono a posto», poi è arrivato il 2008 e hanno tutti smesso di minimizzare.

due: villette

In fondo, una cosa simile anche se diversa è quel fenomeno di cui parla Gianni Celati in Mondo Nuovo, il bellissimo documentario che gli ha dedicato Davide Ferrario alcuni anni fa, che parla di lui, di Ferrara e del Delta del Po, e delle campagne di quella terra che è la più giovane d’Italia e in cui sono fiorite fino agli anni ‘80 quelle che Celati chiamava villette geometrili, una definizione che usa anche in Verso la foce, un libro che raccoglie quattro racconti di osservazione, come li ha definiti lo stesso Celati.

Le villette geometrili -diceva Celati- sono quelle villette a uno o due piani, tutte un po’ simili, un po’ grigie, senza un pensiero architettonico, ma appunto pensate da geometri, recintate da un cancello, con un piccolo giardino sempre tagliato di fresco, le statue dei sette nani da qualche parte, oppure la statua di un cigno, una fontanella con una ninfa di cemento, le tendine alle finestre e luci al neon che di sera, dagli interni, dai tinelli maròn – come direbbe Paolo Conte – buttano fuori un sentimento di rifugio impiegatizio e post-agricolo e quasi post-industriale.

Ecco, quelle villette geometrili -diceva Celati- sono l’ultimo tentativo goffo di fare qualcosa di personale, di riconoscibile, prima che arrivasse un pensiero architettonico globale, che avrebbe reso tutti i locali uguali, le villette simili, i palazzi identici in vetro e cemento in Emilia come in Galles, in Ghana, in Perù o in Thailandia, tanto che entri in un bar di Codigoro o di Tegucigalpa e si somigliano. Le villette geometrili, o i bar tabacchi della Bassa o del di altre zone invece no.

tre: Hello Kitty

Questo cosa vuol dire? Che sono fenomeni che sono sotto i nostri occhi, tendenze che dipendono da un pensiero del mondo che emerge dal sottosuolo dei nostri desideri o dalle nostre galere mentali, anche se non ci facciamo caso, persino se non lo vogliamo. Allo stesso modo, secondo me, significava qualcosa il fatto che, a un certo punto, Hello Kitty si è imposta nel mondo con la sua pucciosità e nessuno si è accorto, sulle prime, che era un personaggio horror senza la bocca!

E il fatto di non avere la bocca la rendeva impassibile, senza emozioni, quindi passibile di incarnare qualunque emozione desiderassimo e che in questo consisteva il suo diabolico successo planetario. Aveva le emozioni che provavi nel momento in cui la guardavi.

I colori delle automobili

Tutto questo lungo preambolo per dire che adesso, quando vado in giro, c’è una cosa che a me sembra sempre più agghiacciante, e quando ne parlo, sembra che non ci facciamo caso in tanti, a parte i concessionari di auto, loro sì, ma a loro non gliene frega evidentemente niente.

Dove sono finiti i colori?

Vado in giro, specialmente quando sono in auto sulla mia Panda a metano che è grigia e dopo spiego perché, mi guardo intorno e il novanta per cento delle macchine sono in una scala che va dal bianco al nero: bianco, grigio, nero. Cioè in una scala di colori acromatici, senza tono, non come i colori primari che sono il rosso, il verde, il giallo e il blu, con cui poi si fanno tutti gli altri colori, il bianco e il nero no.

Il bianco serve a schiarire e il nero a scurire, ma la cosa ancora peggiore, che mi manda ai matti, è che dilagano le auto bianche, una roba che nel mio cervello produce scoramento. Insomma, le auto bianche somigliano a gigantesche lavatrici, a lavastoviglie con le ruote, a elettrodomestici che portano in giro gente. Ci sarà un motivo, no, se da Euronics o nelle altre grandi catene che vendono elettrodomestici, computer eccetera il reparto dedicato a lavatrici e lavastoviglie si chiama ‘reparto del bianco’?

Perché vince il bianco?

Quando ho dovuto cambiare macchina, e ne ho cercata una usata, non c’era verso di trovarne una colorata, solo bianche, nere o grigie e mi sono rifiutato di comprarne una bianca… io non ci voglio andare in giro con una lavatrice con le ruote! E non riesco a capacitarmi che qualcuno possa spendere quaranta, cinquanta o anche centomila euro per una macchina e alla fine la compri bianca. Il fenomeno è talmente dilagante che si vedono ormai anche Audi, BMW e altre auto molto costose ugualmente bianche.

E mi domando una serie di cose, allora. Ad esempio, non vi ricordate i delitti della Uno Bianca? Non rossa, o blu, no: bianca. Siamo forse diventati un popolo di serial killer? Moby Dick era bianca, una gigantesca balena bianca inquietante che mandava ai matti Achab. Anche Alberto Castoldi parla del bianco, abbacinante tonalità che annulla i colori, in un libro uscito anni fa che prende ad esempio proprio la balena bianca, l’albatros, il fantasma, Pulcinella, Pierrot, la pagina non scritta, la tela vergine, tutte robe che danno vertigine e inquietudine. Ci avete mai pensato?

Digressione sul bianco delle automobili

Mi hanno detto «forse costano meno» e allora ho chiesto. No, non è vero, non costano meno. È successo anni fa che ci fossero troppe auto bianche invendute e allora i concessionari avevano fatto promozioni sulle auto bianche, ma adesso tutte le vogliono e costano anche di più, pare.

Perché non ci sono più auto colorate? Son così belli i colori. Auto gialle, viola, azzurre, blu, verdi, arancioni, viola, persino ciclamino o marrone. Negli anni ‘70 e ‘80 era tutta una esplosione di auto colorate, adesso solo bianche, grigie e nere.

Ecco, secondo me non possono andare bene le cose in un posto dove ci sono solo auto bianche, grigie e nere. Secondo me, non so se è vero, ma se c’è un fenomeno che ci dice che ci siamo fatti fregare l’immaginazione è quello delle auto. Bianche come delle lavatrici.

Infatti, per fortuna, negli ultimissimi anni qualcuno ha iniziato a parlarne e accorgersene. Ecco una tabella dei colori delle auto dagli anni ’90 a oggi:

Colori delle automobili dal 1990 al 2020

È un fenomeno innegabile, una tendenza che non riguarda solo le auto, ma le case, i locali, l’abbigliamento, tutto. Ci avete fatto caso che in giro sono quasi tutti vestiti di nero? Persino il colore pantone dell’anno è in linea con questa tendenza: cloud dancer, un bianco. Ci siamo rifugiati in una sorta di minimalismo che ha espulso i colori, la varietà, la vivacità.

E le cose non possono andare bene, senza colori. Neanche un po’.

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Cover: illustrazione Whale © La Tram [Margherita Tramutoli]