Communitas. Forma e voce della comunicazione.L’uomo è un essere politico e sociale ed è in base alla volontà e alla pratica della condivisione – che vuol dire incontro, ma anche scontro; accordo, ma anche disaccordo; armonia, ma anche contrasto – che nei secoli il genere umano ha potuto evolvere. In questa rubrica andremo a zonzo nel corso del tempo seguendo alcuni termini fondamentali della civile conversazione.Rubrica mensile dedicata alla coversazione, a cura di Alberto Trentin.

La mia generazione ha visto
le strade, le piazze gremite
di gente appassionata
sicura di ridare un senso alla propria vita
ma ormai son tutte cose del secolo scorso
la mia generazione ha perso.
G.Gaber, La razza in estinzione
La piazza: comunicazione a cielo aperto
In vari momenti, nella storia della comunicazione, la civile conversazione smette di avere porte e occupa uno spazio aperto. Anzi, lo spazio aperto cittadino per eccellenza: la piazza.
In questo nostro itinerario del parlare collettivo, dopo il salotto, spazio selettivo e regolato, e dopo il caffè, luogo di una socialità più ampia ma ancora riconoscibile nonché fucina di idee e movimenti, vogliamo concentrarci sulla piazza. La piazza come luogo simbolo del conglomerato urbano, come punto di riferimento della geografia cittadina. La piazza come vuoto pubblico e condiviso, da intendersi come uno spazio che oltre a contenere le voci, le stesse voci e i suoi emittenti, vuole esporre allo sguardo altrui (e, in tempi più vicini, anche allo sguardo indagatore degli organismi di vigilanza).
È un aspetto da tenere bene in mente, questo, anche per come si è finalmente evoluto nella più prossima contemporaneità social(e): la piazza è, prima di tutto, un’idea di comunicazione come visibilità.

Se il salotto proteggeva la parola e il caffè la organizzava, la piazza la mette in gioco. Come vedremo parlando del Novecento, la piazza ha saputo portare a sé gli aspetti relazionali del salotto e del caffè e quelli più politici, se non di elaborazione, certo di manifestazione.
La piazza nel corso del tempo
Ogni cultura e ogni società “urbana” ha proposto il suo modello di piazza. L’agorà greca, luogo politico in senso etimologico; il foro romano, spazio della memoria e dell’attualità civica; la triade piazza sagrato-piazza civile-piazza mercato della città medievale. La piazza come “misura” dell’organismo urbano delle città ideali rinascimentali e la piazza teatro e scenografia dell’epoca barocca. La piazza giardino dell’igienismo ottocentesco e la piazza metafisica, scenario per le adunate di massa dei totalitarismi del Novecento.

Sono stati i Greci, come in tante altre cose già si sa, i primi a costruirsi socialmente attorno a un campo vuoto. L’Agorà è luogo di passaggio e soprattutto di incontro, dove accadono relazioni e scambi: di idee (filosofico-religiose), di parole, di merci. Era la sede del consiglio, i suoi portici ospitavano sia le attività commerciali sia quelle sociali. Vi si potevano trovare templi e altari, così come lo spazio per i processi e le assemblee, nell’ottica di quella democrazia diretta tanto cara ai Greci.
Avendo così parlato l’araldo, si racconta che Ciro chiese ad alcuni greci che erano presso di lui, che uomini fossero e quanto fossero numerosi questi spartani, che osavano rivolgersi a lui con questi toni. Una volta che lo seppe disse all’araldo spartano: “Non ho paura di uomini che hanno uno spazio vuoto in mezzo alla loro città per riunirsi, fare patti e scambiarsi imbrogli. Costoro, se rimango in salute, avranno da discettare dei loro propri mali, piuttosto che di quelli degli Ioni”. Queste parole Ciro le rivolse sprezzantemente verso tutti i Greci che costruiscono piazze in cui comprano e vendono. I Persiani, infatti non usano servirsi di piazze, e non ne hanno affatto.
Erodoto, Storie, I, 153
Non c’è modo migliore per comprendere un fenomeno che vederlo con gli occhi di uno straniero, come nel brano dello storico Erodoto che racconta ciò che il persiano Ciro il Grande dice a una delegazione greca.


È grazie a Foucault, poi, che comprendiamo il legame tra piazza e palcoscenico. L’atto di prendere parola è per il filosofo francese un atto drammatico e il discorso che ne consegue è un “parlare vero”, in cui il cittadino si alza e si oppone al potere, o all’avversario, e dice ciò che pensa, prende posizione. In questo si condensa l’attività che va sotto il nome di parrhesia.
I Romani, pur ereditandone il ruolo centrale nella vita cittadina, resero il Foro un luogo istituzionale con elementi più marcati sia dal punto di vista monumentale che dell’organizzazione generale, sacrificando la natura aperta e flessibile alla pianificazione e alla chiara espressione del potere statale e imperiale. È un processo che vedremo ripetersi, con le dovute differenze, anche nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento. La piazza diventa innanzitutto organizzazione del potere (della corte, in questo caso) che vuole mettersi in mostra e che adopera l’arredo urbano nel suo più ampio significato per celebrare se stessa agli occhi del cittadino. Come si può capire, la dimensione teatrale è in questo caso puramente scenografica.
La piazza e l’opinione pubblica

Se riprendiamo il discorso che stiamo articolando in queste puntate, è evidente che, rispetto al caffè e al salotto, la piazza, per dimensioni e per natura, è potenzialmente sconfinata. Ciò permette alla comunicazione di fare un salto qualitativo importante. Se sacrifica la possibilità di articolare un discorso e la disponibilità di affrontare un contraddittorio, dall’altro dimostra la posizione che si vuole prendere. La piazza chiama all’identificazione e alla partecipazione, coinvolgendo ciascuno nell’azione degli altri, facendo sì che anche la parola sia un gesto collettivo.
A Melania, ogni volta che si entra nella piazza, ci si trova in mezzo a un dialogo: il soldato millantatore e il parassita uscendo da una porta s’incontrano col giovane scialacquatore e la meretrice; oppure il padre avaro dalla soglia fa le ultime raccomandazioni alla figlia amorosa ed è interrotto dal servo sciocco che va a portare un biglietto alla mezzana. Si ritorna a Melania dopo anni e si ritrova lo stesso dialogo che continua; nel frattempo sono morti il parassita, la mezzana, il padre avaro; ma il soldato millantatore, la figlia amorosa, il servo sciocco hanno preso il loro posto, sostituiti alla loro volta dall’ipocrita, dalla confidente, dall’astrologo.
Italo Calvino, Le città invisibili
Non è un caso che le piazze europee, tra Settecento e Ottocento, diventino luoghi cruciali per la formazione dell’opinione pubblica: spazi in cui individui si ritrovano per discutere e, attraverso il confronto, incidere sulla vita politica e sociale.
Soprattutto nel XIX secolo, con l’ascesa della borghesia, la piazza diventa, dal punto di vista sociale, il luogo per eccellenza delle relazioni cittadine, del passeggio e dello svago. Politicamente, la piazza aggrega e concentra le forze, attiva moti rivoluzionari e manifestazioni risorgimentali, assumendo un forte valore simbolico e identitario per le nazioni.

Col passare del tempo e con la calcificazione del potere politico nei totalitarismi novecenteschi, la piazza è il punto in cui la comunicazione vede trasformarsi ancora di più da relazione a forza. La folla diventa il soggetto specifico dagli inizi del Novecento e le sue forme di espressione prevalenti sono le manifestazioni, i comizi, gli scioperi.
I nuovi toni della comunicazione
Un inevitabile effetto della maggiore esposizione è che l’azione genera reazioni, le affermazioni scatenano confronti, giudizi, condanne. Il tono generale della comunicazione si abbassa in termini qualitativi (tendendo alla semplificazione, allo slogan) e si alza in termini di violenza (l’urlo unidirezionale piuttosto che il dialogo). È il prezzo da pagare laddove non è più è possibile arrivare alla complessità, a dare conto delle infinite sfumature della realtà.
Ne viene un confine labile e non sempre ben chiaro tra le enormi possibilità democratiche e gli altrettanti rischi monocratici se non assolutisti. Le prime hanno forma di incontri, confronti, pluralità di voci e ampia diffusione del messaggio. I secondi sono il rumore che nullifica l’articolazione discorsiva, la tendenza alla pura affermazione, la parola che perde la sua direzione e si frammenta, salvo poi ricondursi, come visto, al messaggio semplice, allo slogan.
La città contemporanea segna un deciso declino della piazza come luogo di socialità, per una serie di motivi concomitanti: dalla modifica della spazializzazione urbana, che rende le piazze luoghi più difficili da raggiungere e più pericolosi, alla netta separazione tra zone commerciali e zone residenziali. E ancora, dallo sviluppo e dalla diffusione di luoghi privati chiusi come nuovi salotti cittadini, alla esplosione della rete che, soprattutto attraverso i social media, ha convogliato in sé il dibattito e le interazioni sociali.
Ma la città può e deve ancora rappresentare il luogo dell’incontro e della riflessione multiculturale.
Il sociologo americano Richard Sennett ha riflettuto a lungo sui temi della città e dell’etica dell’abitare. Lo studioso mette in guardia dalla tendenza a progettare e ridisegnare la città, individuando negli spazi solo i luoghi di perfezionamento funzionale, sacrificando la messa a disposizione di luoghi per il confronto con l’altro. Il rischio è quello che lui definisce ottundimento cognitivo, che è, d’altra parte, lo stato preferibile per chi vuole sudditi e non cittadini.
Cover: collage “husband’s holiday”, progetto “the end” di Marta Bassotto
Alberto Trentin ha pubblicato varie raccolte di poesia, l’ultima è Gli attimi attigui (Digressioni, 2022). Scrive per Minima&moralia, Limina e Finnegans. Dirige la scuola di scrittura ri-creativa Alba Pratalia con Paolo Malaguti.